Giornata della Memoria, intervento del sindaco di Venezia

Di seguito, l'intervento integrale del sindaco di Venezia Giorgio Orsoni in occasione dell'evento promosso dall'Amministrazione comunale per le celebrazioni del "Giorno della Memoria" che si è svolto ieri al Teatro Malibran di Venezia.
 
"Ho assistito molte volte, seduto come voi in platea, a questa cerimonia da quando ne venne decretata l'istituzione.
Ho sempre ammirato la qualità e la passione degli interventi di chi mi ha preceduto, che con grande intelligenza ha affrontato un tema così doloroso e delicato insieme.
E mi chiedevo, ogni volta, che cosa sarei stato capace di dire, se ne avessi avuto l'opportunità.
Si! Perché sentivo che era giusto che ciascuno di noi, ciascun  uomo o donna degno di questo nome non potesse rimanere in silenzio, o peggio ancora, dimostrare indifferenza per quanto è accaduto in quegli anni in cui l'uomo, trasformatosi in bestia, aveva abdicato alla sua stessa umanità.
Oggi sono qui con voi, ma vi confesso che, nel momento in cui ho provato a raccogliere qualche idea su cosa dire, sono stato assalito da una forte preoccupazione di non trovarmi a ripetere cose già dette, concetti che per la loro ripetitività, rischiano di divenire banali  aspetti  di una liturgia vuota.
L'orrore, l'umanità negata, la condanna incondizionata sono termini ricorrenti che tutti noi abbiamo fatto nostri con convinzione.
Ma è sufficiente ritrovarci ogni anno per ribadire questi concetti, che rischiano, come purtroppo è accaduto, di essere contestati o quanto meno letti, ottenendone la portata, da chi approfittando  del passare del tempo ha tentato e tenta di proporre processi di revisione, se non persino di negazione dell'accaduto.
Ecco io penso che il punto sia proprio questo: non solo è sufficiente, ma è sicuramente necessario ritrovarsi ogni anno, non tanto per ricordare, ma per testimoniare ciò che è accaduto, per portare le prove dell'orrore. Perché la testimonianza è una prova portata da chi è a conoscenza di un fatto.
Quella testimonianza che è stata alla base dell'impegno di Primo Levi, come emerge con grande incisività nella "Intervista a Primo Levi ex deportato",  a cura di Anna Bravo e Federica Cereja realizzato nel gennaio 1983 e di recente pubblicata.
Quella testimonianza che con il passare del tempo rischia di perdersi, od almeno di sbiadirsi, venendo meno i protagonisti, i sopravvissuti  dei lager, degli stermini.
Il nostro compito, allora, è quello di fare in modo che sia possibile continuare a testimoniare, a fornire le  prove di quanto è accaduto perché ciò non accada mai più, perché la Storia ci insegni a fare in modo che non possa più accadere.
Se la fragilità dell'essere umano, fatalmente con il passare del tempo ci priva progressivamente delle testimonianze dirette, dobbiamo essere noi, che da quegli orrori siamo stati risparmiati, a mantenere alto il  valore della testimonianza come prova che continuiamo a rinnovare sulla base della documentazione che dobbiamo custodire gelosamente.
E' stata giustamente avviata dal Governo una campagna di raccolta dei documenti che in qualsiasi modo riguardino quel periodo, perché nell'affievolirsi con il tempo della prova testimoniale diretta, la prova documentale possa rimanere solido fondamento per non indurci a dimenticare.
Ma anche per trasformare noi stessi in testimoni, sia pure indiretti di come l'umanità non possa essere mai negata dalla violenza di un potere cieco ed assoluto.
La lettura dei documenti dell'epoca non può non suscitare  in noi indignazione e senso di profonda ribellione, ma ci deve far meditare come possa accadere che il conformismo e l'ossequio al potere inducano ad azioni  ignobili, contrarie al più elementare senso di umanità.
Non si può non provare grande amarezza e vergogna nel leggere i verbali degli Ordini professionali con i quali si deliberava la cancellazione degli albi dei professionisti ebrei, a seguito delle leggi razziali del 1938.
I migliori professionisti, esempio per tutti. Nomi che a distanza di tanti anni sono ancora vivi nel ricordo di tanti colleghi, per le loro qualità non solo professionali.
Sono stato presidente di un Ordine, e  mi chiedo come sia potuto accadere, mi sono chiesto come mi sarei comportato.
Se avessi avuto la forza ed il coraggio, che peraltro hanno avuto membri della mia famiglia, dai quali ho tratto un insegnamento indelebile, di opporsi ad un potere che aveva dimenticato che vi sono dei limiti oltre i quali esso perde ogni legittimazione.
Sono queste domande che in questa occasione, proprio come testimonianza diretta, tutti noi ci dobbiamo porre, ed alle quali dobbiamo dare risposte, in particolare la deve dare chi è investito dell'esercizio di un potere pubblico.
Solo una gestione democratica del potere, nell'ambito di uno Stato di diritto può garantire  che il potere stesso non travalichi da quei limiti senza mai cedere a tentazioni di autoritarismo o populismo.
Un corretto bilanciamento dei poteri dello Stato, come insegna la nostra Costituzione è garanzia alla quale non dobbiamo mai rinunciare per non doverci trovare di fronte a terribili dilemmi.
Il nostro Stato compie 150 anni, di questi oltre 60 sono stati regolati da una Costituzione nella quale sono sanciti principi fondamentali di solidarietà, di tolleranza, di rispetto dell'altro, scaturiti anche dalla reazione  agli orrori della guerra e dell'olocausto del popolo ebreo.
E' nostro compito nell'agire quotidiano, difendere questi principi e ad essi ispirarci in ogni nostra azione.
Perché solo se sapremo dare esempio di corretta gestione del potere, potremo sperare di essere di esempio per le generazioni future".

 

 

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