La storia

prospetto del progetto originale

Tentativi

Un primo teatro fu costruito a Mestre nel 1778 dai fratelli Filippo e Alvise Balbi su progetto dell'architetto veneziano Bernardino Maccaruzzi. L'evento fu salutato con grande entusiasmo, poiché alla fine del Settecento Mestre era un ameno luogo di villeggiatura, comodo per la vicinanza a Venezia, frequentato dalla nobile borghesia, ricco di villeggianti, ma che tuttavia non possedeva luoghi pubblici che permettessero ai patrizi di svagarsi con spettacoli musicali, balli e commedie. 
Con la caduta della repubblica, il flusso dei patrizi veneziani a Mestre si interruppe e l'attività del teatro si inaridì, fino a che l'edificio fu demolito dallo stesso proprietario.

Un secondo teatro fu eretto da Moisè D'Angeli nel 1840, a ridosso dell'angolo occidentale della piazza, fra l'odierno cinema Excelsior e il palazzo Da Re. Ma era assai angusto e poco dignitoso anche se, dopo l'annessione, fu pomposamente intitolato a Garibaldi. Con soli cinquecento posti e senza nemmeno affacciarsi direttamente sulla piazza (per raggiungerlo si doveva attraversare un breve sottoportico), il nuovo teatro non era sufficiente alle esigenze di una cittadina in crescita, sicché nel 1908 venne chiuso.

un raduno davanti al Toniolo degli anni '40

 

 

Finalmente il nuovo teatro 

Ma l'esigenza di un teatro più grande e moderno era sentita da tutta la popolazione. Dopo il fallimento, nel 1908, del progetto di edificazione di un nuovo teatro, su un'idea di Arcangelo Vivit, Vittorio Toniolo e Emanuele Da Re, nell'area di Ca' Bianchini, tra il 1911 e il 1912 i fratelli Domenico, Marco e Giovanni Toniolo acquistarono dei terreni fra la via Castelvecchio ed i Sabbioni. Nel 1912, i fratelli Toniolo si addossarono l'onere dell'impresa. La prima pietra del Teatro fu posta il 12 aprile 1912 e i lavori furono terminati in 17 mesi. 
Il progetto era stato affidato all'ingegner Giorgio Francesconi assistito dall'architetto Mario Fabbris. La costruzione alla ditta Bonfiglio - Tradati e C. di Milano.
Secondo quanto riportato dal giornale L'Adriatico per il disegno della facciata Francesconi aveva tratto ispirazione dal prospetto del Selva per la Fenice o forse, più probabilmente, ai progetti presentati da Nicola Piamonte per il Teatro Goldoni e in particolare a uno di questi, respinto dalla Commissione di ornato, che Giandomenico Romanelli reputa essere, nella sua estrema semplicità, fra le cose meno banali prodotte da quest'autore.

Giorgio Ferrari, nel suo intervento Documenti per una storia dei teatri di Mestre. Dal Teatro Balbi al Politeama Toniolo in Mestre e la sua Piazza, riporta che all'interno del teatro il bianco tenue della facciata era interrotto da una fascia decorativa che correva lungo le pareti, a un'altezza di due metri dal suolo. 
Vi era un solo ordine di palchi e la loggia. Alcune grandi finestre illuminavano ed aeravano il teatro che poteva ospitare fino a mille spettatori. Il soffitto era ornato dal dipinto di Alessandro Pomi 'Il Trionfo di Apollo' (ancora visibile sotto il controsoffitto), mentre in alto, verso il boccascena, due statue, attorniate da cariatidi, sorreggevano un orologio. Il teatro era dotato di un impianto di riscaldamento alimentato da una caldaia a vapore e un cavo sotterraneo lo collegava al trasformatore dei ponte della Madonetta di modo che anche in caso di guasti alle linee urbane l'illuminazione era assicurata. 
Due casse armoniche poste sotto l'orchestra, i palchi e la loggia assicuravano al teatro, il cui interno era tutto in legno, una magnifica acustica. La decorazione e gli stucchi furono eseguite dall'impresa mestrina di Antonio Miotti. La loggia era tutta in legno mentre i soppalchi, tranne i pavimenti, erano in pietra e mattoni.

Il teatro avrebbe dovuto chiamarsi Regina Elena, ma i proprietari decisero di chiamarlo con il loro nome. 

L'apertura del nuovo teatro fu davvero un grande evento. Si ebbe la sensazione che Mestre stesse per smettere i panni di paese, anche perché quel teatro s'inseriva in una generale ristrutturazione della zona, che aveva prima comportato la costruzione della galleria e palazzi limitrofi e, quasi contemporaneamente, il rifacimento, per iniziativa congiunta di Arcangelo Vivit, Domenico Toniolo, Pietro Barbaro e infine della trevigiana Banca Cattolica di San Liberale, dell'intera parte terminale del lato occidentale della piazza compreso tra l'albergo Al Vapore e la casa Barbaro al ponte della Campana, conferendole un indubbio aspetto di signorilità.
Alla ditta Domenico Toniolo fu affidata dall'amministrazione comunale la sistemazione dell'intero piano camminabile che dalla piazza portava al nuovo teatro: la corte venne selciata con macigni di trachite, mentre la calle era percorsa da due parallele corsie, sempre in trachite, a formare due marciapiedi, con acciottolato al foro interno e ai lati. I lavori iniziati in ottobre vennero terminati nei primi giorni di dicembre. A concludere la ristrutturazione di quella che si cominciava a chiamare piazzetta del Teatro, lo stesso Toniolo chiese ed ottenne il permesso di ricostruire, con linee vagamente liberty, la casa di sua proprietà, sul fianco dirimpetto all'accesso della galleria.