C’è un arco teso che congiunge l’Asteroide di Sandro Pertini al Senza titolo del 1971: il passaggio dal reperto solido alla sua anima vibrante. Negli anni ’60 Turcato modella il cosmo impastando sabbia e quarzo, dando vita a un’opera che non è solo immagine ma sostanza minerale, un frammento di roccia errante che atterra nel nostro sguardo con la gravità della pietra e lo scintillio dei cristalli.
Nel decennio successivo la materia si dissolve per farsi puro accadimento spaziale. Nel capolavoro della Fondazione di Venezia la sabbia tace e lascia spazio a un convulso gioco di forze: la tela diventa un campo magnetico dove i colori non posano, ma scoccano come dardi di luce. Se l’Asteroide è la quiete monumentale di un corpo erratico, il Senza titolo è l’eterno movimento. Dalla carezza ruvida di un fossile dello spazio al brivido invisibile delle correnti che governano l’ignoto.