Angela Grigolato

Rovigo, 1994
. Ha studiato Didattica e Comunicazione dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ha poi deciso di dedicarsi alle arti visive nella cattedra di Luca Caccioni. Nel 2018 ha studiato nel dipartimento di fotografia della Willem De Kooning Academy di Rotterdam (Olanda).
 La sua ricerca si focalizza sull’immagine fotografica ottenuta con diversi mezzi, riflettendo sul concetto stesso di medium ed affiancandolo a temi di provenienza organica. Tecnologia e natura si trovano in dialogo all’interno di ogni immagine.

Nel suo lavoro le immagini sono un’esplorazione della superficie alla ricerca di punti catalizzatori, zone erogene, luoghi sensibili che parlino di intimità, fragilità, difetti ed elementi forti di cui tutti siamo portatori. Il binomio digitale/naturale non è altro che una categorizzazione umana, tutto il visibile deriva dal mondo naturale anche se trasformato dall’attività umana. Per lei questa dualità è sempre presente, si tocca, convive.
L’oggetto organico è fonte di fascinazione inesauribile ed incontra la tecnologia nel mezzo fotografico inteso in modo ampio (fotografia analogica e digitale, scanner, video, smartphone, immagini reperite online, ecc. sono tutti mezzi leciti), la foto viene usata come pittura andando a smontare e ridefinire i limiti fisici del mezzo.

Atelier n. 1 presso Palazzo Carminati
angelagrigolato.ag@gmail.com

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Flowing Ruin (Delta), 100x140 cm, Stampa digitale su carta Hahenmuhle Fine Art Photo Rag montata su Dibond, 2019

Un oggetto trasportato dalle acque di un fiume emerge per poi scomparire subito dopo, portato a galla dagli intrecci torbidi delle correnti. Potrebbe essere, invece non vi è traccia di acqua in questo lavoro, il fluire di fondo è formato da linee digitali che definiscono uno spazio virtuale, il quale tenta di connettersi all’oggetto maestoso che si rigira davanti a noi. Lo scanner è l’occhio che fotografa la scena, deformando il soggetto e mettendo in primo piano ciò che lo tocca, tutto il resto è fuori dal suo fuoco. Flowing ruin vuole parlare di un contatto tra due superfici estranee: il vetro dello scanner ed il tessuto naturale che lo tocca, un atto voyeuristico, un viaggio intra-cutaneo; il collante è il gesto pittorico che usa la linfa stessa della pianta come pigmento. Sporcizie e graffi sono l’habitat di una forma che è in divenire, finirà il suo processo nella mente del fruitore il quale definirà cosa sta guardando.